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| PIù CHE PER L'IDEOLOGIA, L'UOMO VIVE PER UN INCONTRO Radioformigoni L'eccezionalità di Massimo Caprara consiste nel fatto che è studiando la sua figura e i suoi scritti che si trovano le ragioni ideali sia del comunismo sia dell'anticomunismo. Ugo Finetti Libero Aveva solo 22 anni quando Palmiro Togliatti lo convocò nel suo improvvisato domicilio napoletano appena rientrato da Mosca per nominarlo caporedattore di "Rinascita" dopo che Caprara si era fatto notare come direttore della rivista "Latitudine" con Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Giorgio Napolitano e Antonio Ghirelli. Era il primo maggio 1944 e da allora Caprara seguì Togliatti per vent'anni affascinato da una personalità che rappresentava ai suoi occhi la più radicale rottura con un passato dell'Italia costellato da avvenimenti nefandi e figure compromesse. Dire che fu per tutto quel periodo solo "segretario particolare" del Migliore è però errato perché Caprara, dal '44 fino alla morte di Togliatti nel '64, ricoprì una molteplicità di incarichi elettivi e di partito a livello napoletano e nazionale (consigliere comunale a Napoli, sindaco di Portici, segretario regionale della Campania, deputato e quindi segretario del gruppo comunista di cui Togliatti era presidente). Come è potuto diventare da fedelissimo un eretico? È l'itinerario che si consuma attraverso ruoli e battaglie che man mano lo portano sempre più ad avere di fronte non tanto avversari esterni, ma soprattutto interni nel Partito. A Napoli diventa uno degli esponenti di punta; fine intellettuale è capace di avere un seguito popolare. Sindaco di Portici, è poi il battagliero capogruppo comunista al Comune di Napoli con Achille Lauro sindaco. È a lui che il regista Francesco Rosi si ispira quando gira "Le mani sulla città". Alle elezioni politiche del 1963 entra alla Camera dei Deputati con 94 mila preferenze scavalcando il "delfino" di Amendola, Giorgio Napolitano, di 16 mila voti. Gliela faranno pagare. L'anno successivo, morto il Migliore, i "togliattini" - Ingrao, Berlinguer e Caprara - conoscono un periodo di declino. Ma con il '68 il Pci si sposta a sinistra e Amendola finisce in minoranza. Tornano in primo piano Ingrao e Berlinguer, ma ben presto nasce il problema di fino a dove può andare il '68 nel Pci. Il confine è tracciato dalla fedeltà all'Urss di fronte alla invasione della Cecoslovacchia. La "riprovazione" del Pci è di corta durata e quando Caprara insieme con Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Lucio Magri fonda la rivista "Il Manifesto" insistendo nella critica all'Urss si va verso la rottura. Ingrao fa marcia indietro, Berlinguer assume il ruolo di inquisitore (con cui si guadagna la successione a Longo) e il gruppo del "Manifesto" è radiato dal Pci. Caprara è il caso più clamoroso perché è il dirigente con più seguito e il comitato direttivo di Napoli che deve prendere il provvedimento disciplinare è riluttante. Questa pagina del "Manifesto" è solitamente cancellata. Caprara ha subito una doppia "radiazione": dal Pci e dai giornali di sinistra ("Corriere della Sera" incluso). È la radiazione che lo faceva più soffrire negli ultimi anni. Perché Caprara doveva essere punito, escluso? Perché non era più di sinistra e quindi le fotografie del passato vengono ritoccate. Caprara dopo l'esperienza del "Manifesto" ebbe una "seconda vita" come autore di indagini giornalistiche e ricerche storiche dalle colonne del "Mondo" a quelle dell'"Espresso" e poi del "Giornale". Ben prima della caduta del Muro di Berlino, Massimo Caprara ha disegnato la parabola di un'idea comunista che da promessa di liberazione e di verità aveva costruito un mondo politico-culturale di coercizione e di menzogna. Nei suoi libri - da Togliatti e il Komintern a Gramsci e i suoi carcerieri, da Quando le Botteghe erano oscure a L'inchiostro verde di Togliatti - ha ripercorso la storia del comunismo italiano evidenziandone il doppio fondo. La rievocazione ad esempio di una serie di missioni delicate affidategli da Togliatti … non è solo denuncia, ma presa di coscienza che nel corso degli scritti lo conduce al dialogo con il mondo cattolico, all'incontro con Comunione e Liberazione, a quella che egli amava chiamare «la frequentazione» di don Giussani come di San Josemaria Escrivá. Questo itinerario era da lui motivato in riferimento alle parole "persona" e "libertà". Il dato di fondo che lo portava a respingere l'idea comunista non era soltanto quanto era accaduto al di là del Muro di Berlino ma soprattutto la "diversità" del mondo comunista italiano. In relazione a precisi episodi, inorridiva di fronte a questa "diversità" che si risolveva in una comunità di persone che liberamente decidevano di autocensurarsi e cioè di vivere sotto il regime del centralismo democratico costruendo nella società italiana una énclave, un mini Paese dell'Est in cui si viveva sacrificando la propria libertà alla ragion di partito. Il sacrificio della libertà - e della verità - era per Massimo Caprara una scelta di vita aberrante. Quando si passavano in rassegna alcune figure storiche che ancora oggi vengono additate come Padri della Patria egli commentava lapidariamente: «Un assassino». |
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