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IRC: SENTENZA FRUTTO DI PREGIUDIZIO IDEOLOGICO



Editoriale di  SamizdatOnLine
Carissimo direttore di Repubblica,
era impossibile che Eugenio Scalfari non dicesse la sua sulla questione dell'ora di religione dopo la sentenza del Tar del Lazio e infatti puntuale come sempre la predica laicista del buon Eugenio è arrivata. Due le idee di fondo di Scalfari, entrambe di una scontatezza impressionante: la prima è la solita reprimenda contro l'ingerenza della Chiesa nella società italiana, ingerenza che impedirebbe in Italia l'esercizio della laicità; la seconda è la proposta di un insegnamento obbligatorio di storia delle religioni con insegnanti scelti dallo stato. Nulla di nuovo sotto il sole del laicismo italiano, di cui Scalfari è il più autorevole rappresentante.
Questo è il dramma, una grave incapacità a pensare alla società in termini di soggetti, ognuno con la sua identità, e di conseguenza una persistente incapacità a valorizzare ogni soggetto per quello che porta. La questione seria che la sentenza del Tar del Lazio ha portato alla luce è molto di più della domanda sull'insegnamento della religione cattolica, se il voto di religione debba incidere o no sul profitto di ogni studente. Non è solo questo il problema sollevato, è più radicalmente se dentro la scuola ci possa essere una pluralità di percorsi e se uno studente possa sceglierli con libertà. E' questa sentenza un'occasione per uscire da un sistema scolastico rigido ed entrare in uno flessibile, dove la libertà di scelta delle famiglie e degli studenti costruisca il curriculum degli studi. Scalfari e tutti i suoi seguaci non vogliono l'ora di religione cattolica, perchè non possono concepire una scuola in cui famiglie e studenti possano scegliere! Infatti Scalfari ripropone il più bieco statalismo, è lo Stato che deve decidere che cosa ogni studente debba studiare! L'ora di religione cattolica è il cuneo inserito in questo sistema, è il cuneo che potrebbe favorirne lo sgretolamento. E lo è perchè è l'unico insegnamento che si può scegliere. Dire che un insegnamento che si può scegliere non può avere lo stesso titolo degli altri insegnamenti, beh! questo è quanto di più retrivo e superato possa esserci. Per questo difendere l'ora di religione e fare di tutto perchè abbia la stessa dignità delle altre discipline è lottare per una scuola finalmente libera e flessibile, per una scuola moderna.
Gianni Mereghetti, Abbiategrasso

Non è la prima volta che il "Generale Agosto", solitamente foriero per la scuola di una indolente dimenticanza, all'insegna del "Ci penseremo domani", riserba nel suo culmine ferragostano amare sorprese.
Così la sentenza n. 7076 del TAR del Lazio, sconfessando un proprio analogo documento di segno opposto del 2000 e ben tre pronunciamenti della Corte costituzionale, ha stabilito che i professori di religione non possano partecipare a pieno titolo agli scrutini degli alunni avvalentisi, e in particolare non possano attribuire i crediti scolastici per il proprio insegnamento.

Le reazioni a tale provvedimento sono state veementi, anche se tutto il dibattito ha il sapore del "déja vu", e sembra fare intravedere in questa continua riproposizione delle stesse questioni (come i rotoloni della pubblicità, non finiscono mai, sostiene Nicola Incampo, massimo esperto italiano in materia) una tattica che procede più per logoramento che per argomentazioni ragionevoli.

Se qualcosa si può dire con certezza della sentenza del TAR è il suo fare acqua da tutte le parti, con la confusione tra IRC e catechesi, tra libera scelta e "scelta di carattere religioso", con il malinteso senso di laicità/neutralità dello stato. Si tratta, sostiene don Gabriele Mangiarotti, responsabile del sito Culturacattolica.it, "più che di approfondimento e di competenza giuridica, di incomprensione dei reali termini della questione". Ma l'orizzonte culturale in cui la sentenza si muove è ben più inquietante. E' un frutto della nuova direzione dell'Europa, messa bene in luce dalla prof. Marta Cartabia su "Tracce" di marzo 2009: all'idea di uguaglianza si è sostituita quella di "non discriminazione", con il concetto di egualitarismo = trattare tutti allo stesso modo, e quindi omologare tutto dal punto di vista culturale, e relegare il fatto religioso ad una dimensione puramente privata. Il risultato di tale deriva vorrebbe essere, nelle intenzioni di chi la incoraggia, una ulteriore marginalizzazione dell'esperienza religiosa e dei suoi frutti culturali e sociali. Sono altre picconate contro la tradizione del popolo, contro la possibilità di un'esperienza educativa reale. Ma in questo modo, e non per la prima volta, stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti.

 Enrico Leonardi socio di  SamizdatOnLine

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