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Eugenia Roccella
Tutti i protocolli e le sperimentazioni sulla pillola Ru486 dimostrano che si tratta di un metodo più doloroso, più lungo, più complicato, più rischioso di quelli tradizionalmente utilizzati per interrompere la gravidanza. Eppure ancora oggi si tenta di spacciarlo come un metodo "facile". Diciamolo ancora una volta: la pillola renderà le cose più facili solo ai medici che praticano gli aborti, non alle donne. Per loro, più solitudine, più dolore, più sensi di colpa, più incertezza, mentre, per almeno 15 giorni, sono costrette a controllare costantemente il flusso emorragico, chiudendosi in bagno e tentando di riconoscere l'embrione, per verificare se è stato espulso. Poi, come ha specificato senza troppi giri di parole la scrittrice India Knight sul Times, bisogna avere il coraggio di buttare tutto nel wc e tirare lo sciacquone… Nel frattempo si lavora, si portano i bambini a scuola, si va sull'autobus, si fa la spesa. Tutto questo è «una brutalità eccessiva», secondo la Knight. Eppure l'idea che il metodo chimico sia meno traumatico per le donne continua tranquillamente a circolare. Anche i dati presentati giorni fa dalla Regione Emilia Romagna dimostrano, secondo alcuni, che la Ru486 è il metodo preferibile: infatti lo scelgono le donne "migliori", cioè quelle più informate, italiane e con un buon livello culturale. Chi lo afferma però non sa che si tratta di requisiti essenziali per la scelta dell'aborto farmacologico.
In Francia le donne che chiedono la pillola Ru486 sono sottoposte a un colloquio per valutare quanto siano in grado di gestire da sole il procedimento abortivo… [Avvenire]
Notizia n. 43698 del 15.11.2007
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